di Giulia Frigerio

Una vera Odissea - per raggiungere le coste della Grecia - dagli effetti inaspettati. Uno yacht e quattro compagni di viaggio molto diversi fra loro. Una motivazione: non abbandonarsi alla vita ordinaria e dare pace al proprio animo irrequieto, smanioso di freschezza, brezza marina e ansioso di abbandonarsi al nuovo e al diverso. La rassicurazione assume molte forme, tante quante ognuno di noi. Una di queste riguarda il desiderio di avere la certezza di non scivolare mai nella banalità.

1947. La guerra è finita da due anni, il New Look di Dior, destinato a segnare una svolta nel mondo della moda, è stato appena lanciato, mentre la maison Chanel dovrà attendere ancora qualche anno per la sorprendente riapertura. L’instabilità dovuta al secondo conflitto mondiale era ancora palpabile. Tra volontà di rinascita e necessità di tornare alla “normalità” in un clima di dubbio e tensioni contrastanti, Elsa Schiaparelli – Schiap, come si soprannomina lei stessa – affitta uno yacht e parte alla volta della Grecia.

“Non ero mai stata, e ancora non sono mai andata, in Grecia”

Una brillante soirée costituisce l’antefatto di questo viaggio improvviso e ispirato che l’”artista che fa vestiti”, come l’aveva apostrofata Coco Chanel, decide di intraprendere. È dopo il successo dell’evento noto come il Ballo della mongolfiera che la stilista italiana torna a sognare la Grecia e le sue atmosfere.

Nel clima generale del Ballo – in occasione del quale, a quanto racconta la Schiaparelli, venne affittata una grande mongolfiera, collocata al centro del giardino, a costituire la più suggestiva scenografia della serata – le difficoltà e il tremendo ricordo degli anni della guerra, che nonostante tutto avevano fatto sentire il loro peso sulla maison, vennero spazzate via dall’euforia e dalla volontà di ricominciare e di tornare alle vite di prima, con rinnovato slancio. Da qui l’illuminazione di partire. Di lasciare la propria realtà quotidiana in città per una breve parentesi di piacere, di bellezza e di avventura. Di tornare a mettersi alla prova, senza rinunciare allo straordinario per l’ordinario, che pure non è mai appartenuto alla mentalità di Schiap, né tantomeno alle sue creazioni.

Ordinario, rassicurante, sicuro. Non sono aggettivi accostabili facilmente alla figura di Elsa Schiaparelli, né hanno mai fatto parte della sua esistenza. Tutto al contrario: sembra che la grande stilista, inventrice del rosa shocking, facesse sempre in modo di fuggire dalle banalità e dalle situazioni mediocri. I suoi natali la dicono lunga su questo. Figlia di un grande arabista, nipote di un noto astronomo: come avrebbe potuto, lei, andare in cerca del rassicurante? Il clima di eccezionalità deve averlo respirato sin dall’infanzia, e ha segnatamente marcato la sua personalità per tutta la vita.

Per tornare a quella sera del 1947 e al viaggio verso le coste elleniche, Elsa iniziò affittando lo yacht di Madame Renaud per sé e i suoi altri tre accompagnatori che, come rivela nell’autobiografia, furono un pittore, un diplomatico americano e un amico portoghese.

Rayatea. Il nome dello yacht che trasportava quel quartetto, così eterogeneo eppure così affiatato, sembra riecheggiare un suono quasi mitico. Forse fu per qualche scherzo del dio Poseidone che il viaggio della Rayatea dovette cambiare rotta e non riuscì a toccare la meta finale.

“Feci una cosa per me difficile e rara: mi lasciai andare completamente.”

La stilista e artista, allora cinquantasettenne, grazie a questo viaggio scoprì un altro lato di sé e si guadagnò il soprannome di “Indomita” per via del rifiuto categorico di accettare qualsiasi tipo di negatività riguardo alla barca e al suo itinerario. Caparbia, coraggiosa e determinata a vedere le bellezze della terra di cui aveva fino a quel momento solo letto e sentito, Schiap accettava impassibilmente ogni rischio legato al viaggio e non temeva alcun pericolo.

Viareggio, il Golfo di Napoli – ove sbarcarono per ammirare gli antichi affreschi di Pompei, Capri e la Grotta azzurra – poi oltre lo stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi, Taormina e da qui a piedi fino a Castelmola, poi ancora Siracusa, con la sua leggendaria fonte di Aretusa, e infine Palermo. Tuttavia, non raggiunse la Grecia.

“Dalla meravigliosa terrazza [di Villa Emma, a Posillipo], lunga quasi 320 metri, che si affacciava su Ischia, Capri e il Vesuvio, si vedevano le mura infossate della casa di Sallustio e il fantasma errante di Agrippina.”

Fra trombe marine, balli in maschera, inviti da parte dei numerosi amici e soggiorni in sontuose ville, come Villa Emma e La Favorita, fra tensioni e un senso generale di instabilità, ma anche spensieratezza, imprevedibilità, desiderio di in(de)finito, Schiap appagò forse in parte la sua curiositas, la medesima qualità che era stata una condanna per Ulisse ma che, allo stesso tempo, aveva ripagato enormemente la sua ansia di conoscenza.

Quando a rassicurare è la possibilità di appagare la curiosità, di non fermarsi e di continuare a scoprirsi, sempre nuovi.

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