Riflessioni sulla natura nella contemporaneità, echi e suggestioni.

di Giulia Frigerio

“Può piovere o tirar vento, ma non importa; spesso una piccola gioia può impadronirsi di te in un giorno di pioggia, spingendoti a ritirarti in te stesso con la tua felicità. Allora cerchi di darti un tono; guardi dritto davanti a te, di tanto in tanto sorridi in silenzio e volgi lo sguardo intorno. A che cosa pensi? Al vento trasparente di una finestra, a un raggio di sole che batte sul vetro, alla vista di un ruscello e, forse, a uno squarcio azzurro fra le nubi. Non serve di più.”

Knut Hamsun ci delizia di lunghe e particolarissime descrizioni in uno dei suoi romanzi più riusciti, Pan, pubblicato nel 1894. Il vero soggetto del libro è la natura stessa, che attraversa tutta l’opera in un miscuglio di tratti impressionistici ed evocazione di sentimenti e stati d’animo. La psiche umana e la natura compongono una cosa sola nel romanzo e il protagonista rappresenta bene quel tipo di eroe novecentesco irrequieto e tormentato, che riesce a trovare pace unicamente nella solitudine del bosco norvegese.

“Notti d’estate e mare calmo e boschi infinitamente silenziosi. Non un grido, non un rumore di passi sui sentieri, il cuore era colmo come d’un vino cupo.”

Che altro serve per raggiungere la quiete?
Che altro, se non la sensazione del vento sulla pelle, del calore del sole e il profondo silenzio del bosco frondoso?

Siamo abituati a vivere in un mondo al contrario, una specie di anti-cosmo in cui l’artificiale ha vinto sul naturale, in ogni ambito, e in cui l’unica via per essere accettati è aderire a un consumismo smisurato quanto nocivo per l’ambiente e per noi. Ma se riuscissimo per un attimo a soffermarci su ciò che è in grado di donarci una felicità vera, una sincera parentesi di pace e tranquillità, allora quali immagini inizierebbero a formarsi nella nostra mente?

Nel mio caso è molto semplice. È un’abitudine che ho sin da bambina: di sera, a letto, inizio a visualizzare dei momenti, delle atmosfere o ricordi che sono in grado di farmi sorridere, sempre, e poi mi addormento.
A rassicurarmi e darmi conforto è un ricordo particolare quanto, forse, banale: un picnic nel bosco con la mia famiglia. Per circa vent’anni abbiamo avuto la tradizione di organizzare il picnic di Ferragosto esattamente il giorno dopo, quando non si trova più nessuno nelle vicinanze di una distesa verde o di un campeggio.
Coperte, cibo, bevande, carbonella, libri, carte e altri quintali di borse varie: quando si partiva per andare nel posto da dove le Alpi Apuane si stagliano aspramente contro il cielo sembravamo in procinto di trasferirci per cambiare paese. Quando la nostra pienissima, fedele macchina finalmente giungeva a destinazione iniziava la libertà assoluta e il respiro della natura ci accompagnava per il resto della giornata.

Avevo circa sei o sette anni quando ho iniziato a chiedere a mio zio - la vera e propria guida nelle nostre gite - di portarmi con lui a raccogliere la legna nei dintorni del bosco per aiutarlo, e a noi finiva sempre per aggiungersi anche mio fratello più piccolo. Se ci avessero scattato una foto di ritorno dalle nostre passeggiate avrebbero fissato i nostri volti illuminati di orgoglio, carichi del bottino di bastoncini e stecchetti improbabili rimediati con criteri alquanto discutibili, ma con le migliori intenzioni.
Ad attenderci c’era sempre una tavola apparecchiata con ogni tipo di bontà culinaria, verdure e frutta di stagione. Era sempre lo zio ad accendere il fuoco e noi stavamo attorno a guardare, persi, con lo sguardo nelle fiamme. L’ho sempre trovato estremamente rilassante, e credo lo sia in modo ancestrale.
Sentirsi connessi a un luogo è prima di tutto sentirsi appartenere fisicamente a una realtà fuori da noi. Una realtà che ci comprende e ci avvolge.

Proteggere l’ambiente che si offre a noi come riparo, come porto sicuro contro i meccanismi sociali cui è sempre più rischioso cedere, significa anche salvare la parte di noi più autentica, più spontanea e istintiva. La parte più preziosa di ogni essere umano, quella non contaminata dal grottesco mondo della globalizzazione e dello spendere per essere felici.

È un atto di ribellione e non conformismo a regole che le generazioni precedenti hanno imposto, senza pensare al nostro futuro o a chi verrà dopo di noi. È una responsabilità da cui non si può scappare. È il nostro modo di lasciare un segno, un’ispirazione.

“Soffia un vento leggero, un vento estraneo mi raggiunge, una strana pressione dell’aria. Che cos’è? Mi guardo intorno e non vedo nessuno. Il vento mi chiama e la mia anima si piega consenziente a quel richiamo, io mi sento sollevare, strappare al mio mondo, stringere contro un seno invisibile, i miei occhi si bagnano di lacrime, tremo.”

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