di Vanessa Spaziani

Incontro Nassira alle 10:30 di un lunedì mattina; arrivo di corsa, accaldata e scompigliata e mi ritrovo davanti ad un sorriso bianchissimo, incorniciato da un bel foulard arrotolato sul capo ed un vestito rosso acceso. Nemmeno il tempo di accendere il registratore, che sono già totalmente immersa nel racconto della tradizione maliana, di cui subisco nel contempo fascinazione e orrore:

“Avevo 17 anni ed ero la studentessa più brava della mia classe, avevo vinto 15 premi scolastici durante il mio periodo di studi... ero decisamente un po’ troppo esuberante e caparbia rispetto alla media delle mie coetanee ed è forse proprio per questo motivo che mio zio, il più anziano della famiglia e quindi considerato il capo assoluto, decise che era arrivato il momento di maritarmi.“

Mi racconta di come funzionano i matrimoni combinati nel suo Paese: l’uomo ha il privilegio di scegliere la moglie - o le mogli a seconda che appartenga ad una famiglia monogama o poligama - ma il patteggiamento è di fatto nelle mani degli uomini più anziani delle famiglie coinvolte, che hanno potere decisionale anche sugli affari di cuore di tutti i parenti. La richiesta di matrimonio viene recapitata dal Griot - poeta cantautore che ha il compito di tramandare la tradizione, ma anche di interprete e ambasciatore che porta in dono alcune Noce di Cola - un frutto tonificante e super energizzante, diventato un simbolo della tradizione africana - se lo “zio” della donna accetta la proposta di matrimonio, il Griot viene rimandato al mittente con 10 frutti che corrispondono ad un vero e proprio “Sì, lo voglio.”

Così Nassira si sposa con un uomo di una decina d'anni più grande di lei, di buona famiglia al pari della sua, e con una grande voglia di affermarsi. Si sposano, non si conoscono, lui parte per studiare in America, lei appoggiata dalla famiglia e mossa a sua volta dalla voglia di assicurarsi un buon futuro attraverso gli studi e il lavoro, lo segue poco dopo. Purtroppo si ritrova prigioniera nella loro casa americana, sottomessa ad un uomo geloso e violento. Resta incinta, scappa e raggiunge un’amica ad Atlanta. Lui la perseguita per molto tempo ma, fortunatamente, il Capo della comunità Maliana in America l’aiuta, considerando suo marito un uomo indegno di portare questo nome. In questo momento esatto sento un punto d’incontro con Nassira, mi sento sollevata perché il mio senso di giustizia viene appagato nell’apprendere che è il marito, una volta tanto in questa storia, a perdere la dignità agli occhi della sua stessa comunità, in questo preciso istante non è più la cultura a dividerci, ma l’essere donne ad unirci.

Nassira ce la fa con le proprie gambe, partorisce il suo bambino e trova lavoro presso una catena di negozi gestita da un coreano, che grazie alle sue qualità le affida il compito di avviare le start-up dell'attività in diverse città.

Ora siamo in Italia nel 2005, Nassira si è innamorata di un uomo ed è incinta di loro figlio, ma lui purtroppo non è quello giusto e questa non è la cosa più difficile da accettare:

“Vivevamo a Mortegliano in provincia di Udine, eravamo in pochissimi all'epoca in quelle zone e non ci vedevano di buon occhio. Quando andai all'ospedale di Palmanova (UD) per partorire il mio secondo bambino, sapevo di avere il diabete gestazionale e alcune complicazioni dovute all’infibulazione, che mi aveva lacerato un nervo, quindi lo comunicai al personale, che mi trattò come un’ignorante dicendomi che non avevo nulla e che queste erano solo credenze “nostre” (credenze dei neri ndr.). Quando suonavo il campanello per avere assistenza dalle infermiere, arrivavano anche dopo due o tre ore... mi ritrovai da sola sul mio letto a spingere il bambino fuori.”

Dopo questa esperienza va a vivere in Francia dove è attivo SAMU Social, un servizio municipale di emergenza umanitaria il cui scopo è quello di fornire cure e assistenza medica, vitto e alloggio alle persone in difficoltà.

Passano gli anni e Nassira è di nuovo in Italia, ora vive a Prato in Toscana, il suo primogenito ormai è grande, lei è felicemente sposata con un italiano, ha un bel negozio di abiti africani e ha intrapreso la strada dell'impegno sociale e della cooperazione internazionale: è presidentessa della ONLUS Mali, un centro assistito che si occupa di aiutare i migranti e i richiedenti asilo nello svolgimento delle pratiche burocratiche per l’inserimento in Italia e il rimpatrio nel proprio Paese d'origine. Inoltre, si occupa di sostentare 75 bambini orfani in Mali, permettendo loro di studiare e in generale di vivere in modo più agiato.

Nassira è anche Responsabile della Cooperazione Internazionale Italia-Mali dell’Alto Consiglio di Stato. Nonostante questo, il colore della sua pelle continua a suscitare turbamento, il germe della discriminazione si è propagato anche nelle nuove generazioni, il suo figlio più grande è stato, infatti, vittima di bullismo a scuola:

"Quando gli chiedevano di che nazionalità fosse rispondeva che era americano, perché di fatto è nato in America, i ragazzi facendo riferimento al colore della sua pelle gli davano del bugiardo a volte aggiungendo appellativi umilianti. Si sentiva rifiutato: era americano ma non viveva in America, viveva in Italia ma gli italiani non lo volevano, voleva scappare e andare in Mali. Questo purtroppo lo appresi solo molto tempo più tardi, quando ebbe un crollo e dovetti portarlo in ospedale... parla poco, è fatto così, tiene tutto dentro ed esplode quando non ce la fa più. Volevo aiutarlo, ma farlo tornare in Mali ancora minorenne era una scelta difficile da prendere a causa del potere che il padre avrebbe potuto esercitare su di lui. Quando decisi di iniziare le pratiche per farlo partire, non ebbi vita facile in Questura, le pratiche per il passaporto diventarono infinite, ogni volta mi rimandavano indietro con un nulla di fatto. Alla fine ci riuscimmo, fortunatamente fui aiutata da persone solidali e dalla mia famiglia."

Terminiamo il racconto di Nassira con una riflessione: il divario culturale impone una distanza e il superamento di questi limiti richiede un costante lavoro, che passa per l'ascolto, la comprensione, l'accettazione ed infine il reciproco rispetto delle differenze. Questo processo è lo stesso che qualsiasi relazione dovrebbe seguire nella prospettiva più sana di crescita e di evoluzione, ma è anche la dinamica che ogni persona attraversa dentro di sé e che porta al completamento della propria maturità interiore e alla scoperta di sé. Questo significa che dentro di noi vogliamo tutti la stessa cosa, funzioniamo allo stesso modo, siamo perciò uguali. Qualsiasi tipo di discriminazione è quindi un gap, un errore del sistema, una sovrastruttura che risponde ad emozioni di difesa come la paura e ci fossilizzata in un atteggiamento egoista che subdolamente ingabbia noi stessi e gli altri.

“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono.” MALCOLM X

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