di Federica Biasco

Quante volte nella vita capita di sentirsi inadeguati, non all’altezza di un contesto lavorativo, sociale, interpersonale? Quante volte ci sentiamo sbagliati perché non riteniamo di essere come dovremmo?

Come avessimo un difetto di fabbricazione da correggere per poter essere considerati “giusti”, conformi a quelle leggi non scritte che regolano la società.
A guardarsi intorno si ha la costante sensazione di non essere abbastanza: intelligenti, simpatici, spigliati, belli e via dicendo. Manchiamo sempre di qualcosa, ma se in matematica la sottrazione alleggerisce il risultato, nella realtà lo rende più pesante. E da quel carico c’è il rischio di essere schiacciati. Dall’esterno non arrivano segnali d’inclusione: pullulano i vademecum su come comportarsi, vestire, apparire e, addirittura, essere. Tutto rimanda a un mondo per molti versi stereotipato, in cui rientrare in una categoria non è svilente o riduttivo, ma necessario. Essere incasellati in una tipologia umana rassicura chi lo fa e chi lo subisce, perché per entrambi significa ridurre tutto a qualcosa di riconoscibile di cui illudersi di avere il controllo.

Nella realtà giudicante che abitiamo aleggia un unico messaggio: se vuoi avere successo ed essere amato non devi far altro che adeguarti, seguire punto per punto le indicazioni. Sei sbagliato, è innegabile, ma tranquillo, c’è una soluzione per te, possiamo trovare il modo di farti rientrare nella produzione in serie.Quanto è rassicurante sapere di avere la possibilità di essere come tutti gli altri? Di sentirsi parte di qualcosa più grande di noi, delle nostre insicurezze e fragilità?
Il prezzo da pagare sembra minimo e la resa promette di essere massima.
E chi sceglie di non pagarlo? Inevitabilmente finisce col credere di doversi rassegnare a quelli che identifica come limiti, paletti invalicabili che lo delimitano e allontanano dal resto. O paghi pegno o ti mimetizzi con lo sfondo.
Si innesca un meccanismo per cui chi non si adatta non è meritevole, a maggior ragione se ostacolato in questa omologazione dalla sua stessa presunta inettitudine. Perché la propria unicità viene messa in discussione e ci si lascia convincere di essere sbagliati, talmente tanto da non riuscire nemmeno a diventare come ti vorrebbero.

Per qualche oscura ragione deleghiamo agli altri il potere di tratteggiare i nostri contorni e attribuirci valore. Cerchiamo rassicurazione e conferme all’esterno di noi e finiamo per affidarci a chiunque risponda a questa nostra esigenza. Una sorta di legittimazione del nostro essere che quando tarda ad arrivare ci trascina in un vortice di ansia e frustrazione. Si crea una dipendenza e una continua rincorsa a una perfezione che non esiste e che, quindi, non raggiungeremo mai. Che si rinunci alla propria unicità in nome di una tranquillità apparente e una vita "conciliante" socialmente accettata, o che si resti fuori da questo circolo vizioso, il risultato sul lungo periodo sarà quel caratteristico sentimento d’impotenza e insoddisfazione che nasce e cresce in tutte le situazioni non adatte a noi e ai lineamenti della nostra anima.

A parità d’effetto, sorge spontanea l’ennesima domanda: non è che forse gli unici ad aver diritto di decidere chi siamo e come vivere siamo solo noi?

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