di Gherardo Ulivi

Parla Sergio Risaliti storico e critico, scrittore e giornalista, curatore di mostre ed eventi multidisciplinari a livello mondiale, da “Anima e materia” di Zhang Huan (2013), “Jeff Koons in Florence” (2015), fino alla prima personale di John Currin in Italia (2016). Membro del comitato scientifico del Frac Rhône-Alpes, della Galleria d’Arte Moderna di Bologna e dell’Accademia delle Arti del Disegno. Dal 2018 è Direttore del Museo Novecento e consulente scientifico di Mus.e. Volto fiorentino dell’arte contemporanea si esprime a chiare note, da una Firenze bellissima e in catene al dinamismo della realtà museale. Arte, città, scelte politiche e un po’ di spoiler.

1 // L’arte ha rappresentato motivo di svago e distrazione per tutti durante i mesi di lockdown, grazie alle visite online organizzate dai musei a livello globale. É possibile quindi trasformare la presente battuta di arresto in un trampolino?


Nella civiltà umana le crisi rappresentano sempre momenti di rinascita, che purtroppo portano con sé una selezione. Parliamo di evoluzione della specie, alla quale, nonostante la nostra superbia tecnologica, siamo comunque soggetti. La presente pandemia è stata accompagnata dal termine cambiamento, scaturito dalla necessità di trovare strade alternative alle cause della stessa crisi, per affrontare problematiche ambientali ed ecologiche. Ad uno stile di vita più rallentato e sospeso è seguito un momento di riflessione, che ha portato a riconsiderare il nostro modello di progresso e sviluppo, così bulimico, frettoloso, generatore di velocità, di scarti, distruttore di risorse. Parlando di arte e musei, ho l’impressione che il nostro paese pensi di poter tornare ad un modello di economia basato sulla rendita di posizione e sulla moltiplicazione dei profitti diretti e indiretti, dallo sfruttamento massimale del patrimonio artistico e paesaggistico. La più grande preoccupazione sembra essere il ritorno del turismo di massa, un punto di vista sbagliato, figlio del più spietato consumismo. Ciò è esplicito nelle ultime scelte prese dal governo, propulsore di un’ulteriore ondata di sprechi mentali e comportamentali. Come direttore di Museo Novecento voglio considerare questo momento un’occasione, una chance importante, per continuare un lavoro significativo in direzione di una rivalutazione dell’istituzione museale, non semplicemente volta all’intrattenimento, alla spettacolarizzazione e all’aumento degli incassi. Il museo adempie in primo luogo ad una funzione pubblica e sociale, la sua mission è rivolta alle comunità locali, nazionali, ed ovviamente ai visitatori esteri. In special modo quando parliamo di arte moderna e contemporanea, preso atto degli straordinari competitors, è chiaro che nel nostro paese il museo deve educare e sensibilizzare, andando a ridurre il cieco gap di conoscenza tra arte e cittadini. Un’istituzione, come il Museo Novecento, impegnato nello sviluppo di un’identità poliedrica, offre conservazione e valorizzazione del patrimonio, una programmazione espositiva scientifica, residenze d’artista, una scuola di formazione, ricerca, sviluppo e crescita del talento. Il museo si trasforma più in un centro culturale che in un deposito d’arte, chiuso alle proficue e virtuose relazioni con la comunità locale.

2 // Come si costruisce e alimenta la fruizione digitale della cultura con la quale ci troviamo adesso a fare i conti?

Forse non ci eravamo resi conto del ruolo che la realtà virtuale ricopriva nelle nostre vite, penso sia stato concretizzato. Il mondo digitale stimola i desideri e accresce la conoscenza, con una possibilità di fruizione vasta e democratica. A questo si sovrappone un problema, ovvero la contraffazione, il fake, quindi un monopolio, un’omologazione, o addirittura il controllo delle conoscenze e dell’informazione. I musei si avvalgono di piattaforme e social media, come di ogni canale contemporaneo di comunicazione. Sono strumenti funzionali, complementari a quelli tradizionali. Tuttavia l’esperienza fisica di un’opera d’arte rimane ineguagliabile. É di fondamentale importanza, non può essere sostituita dalla realtà virtuale, primaria nella divulgazione delle informazioni. Le prenotazioni, la vendita di biglietti, laboratori creativi online, processi di mediazione culturale e arricchimento in vista o a seguito di un’esposizione. É inammissibile, però, pensare di convertire completamente l’esperienza fisica in virtuale. I musei sono luoghi di relazioni umane, di percezioni sensoriali indispensabili nella lettura e comprensione di un’opera d’arte. Una scultura di Michelangelo, un’installazione di Jannis Kounellis, un quadro di Rothko, richiedono un punto di vista fisico, non possiamo ridurne l’esperienza ad uno schermo. Se un giorno, come dimostrano alcune statistiche, gli androidi supereranno gli umani, allora l’arte seguirà lo stesso corso. Ad oggi un’opera, che si tratti di scultura, pittura o installazioni, necessita un punto di vista veritiero, una sua materialità, uno spazio, che non è quello della realtà virtuale.

3 // Questa prospettiva tecnologica (mi riferisco ad eventi streaming, dirette o attività simili) può avvicinare le arti a un pubblico più giovane?

Penso che i più giovani potrebbero avvicinarsi al mondo dell’arte attraverso questi strumenti, ma soprattutto ritengo necessario un corretto insegnamento della materia fin dagli anni della scuola primaria. É noto che i bambini trovano più stimolanti i laboratori di arte contemporanea, grazie alla quale sono capaci di sviluppare e liberare la creatività. Si delinea una dimensione ludica, stimolante, che come sottolineano i medici accresce le loro capacità cognitive, maturando le operazioni biologiche ed intellettuali.

4 // Finita la pandemia, pensa che possa cambiare la definizione stessa di museo, o di teatro?

Il museo nasce alla fine del ‘700 come macchina culturale moderna, da allora è mutato molteplicemente. Quello che era negli anni ’20-’30 nella società occidentale, non lo è più oggi. Cambiano le strutture architettoniche, i contenuti, le metodologie di conservazione e valorizzazione, la natura degli stessi manufatti. Se consideriamo il museo come luogo di memoria di ciò che l’uomo crea, resterà ancora tale, variano le sue funzioni, si precisano. Il museo è una macchina vivente, sensibile alla propria epoca, agli usi e costumi, alla mentalità del tempo. A volte ne è guida, a volte ne è condizionato.

5 // Come vede, e si augura, venga gestito l’aspetto legato alla tutela dei lavoratori culturali?

Con maggiore garanzia e meritocrazia. La selezione deve essere il più aperta e democratica possibile, inclusiva, al di là di preferenze, distinzioni e discriminazioni di alcun genere.

6 // La situazione attuale ha portato ad una presa di coscienza generale. Vediamo, ad esempio, architettura e moda approcciarsi a forme più funzionali, la prima verso una riconsiderazione degli spazi, la seconda presenta un’estetica più essenziale. Data la sua grande esperienza, secondo lei, come ciò verrà tradotto nel mondo dell’arte contemporanea?

Se la direzione intrapresa dai musei fosse prevalentemente quella virtuale le stesse architetture dovrebbero cambiare forma, dimensione e prestazioni. Gli architetti, possono rispondere alle nuove esigenze, desideri, gusti e quindi farsene carico, o indirizzarli, governali, secondo una poetica e un linguaggio specifico. La moda, come spesso accade, deve reinventarsi, cercare di sfruttare al massimo ogni possibile vantaggio, sia tecnologico che virtuale, risultare attuale e come l’architettura scegliere se essere attiva o passiva. Gestire le aspettative, quindi soddisfare una domanda, oppure creala, anticipare i gusti, determinarli e definirli. Posizionerei arte e moda su piani paralleli, attività dalla finalità diversa. L’obiettivo interno alla creazione di un’opera d’arte o di un capo di abbigliamento ha due percorsi eterogenei. Si toccano dando vita ad interessanti collaborazioni, entrambi sono il risultato di un processo creativo, ma nell’arte c’è un qualcosa in più. L’arte costruisce, genera, alimenta la creatività. L’abito deve adattarsi alle circostanze, alle abitudini, ad un corpo, l’arte no. É l’architettura a conformarsi all’opera. Il lavoro di Richard Serra forza gli spazi ospitanti le sue opere, lo stesso faceva Rothko. Al contrario di un abito, non è mai l’opera d’arte ad adattarsi in partenza.

7 // Il tema del nostro TEDxFirenze è legato al concetto di rassicurazione, mai come adesso essenziale: dove trova conforto?

Trovo conforto in varie attività. Conforto rispetto ad uno stato d’animo doloroso, non solo di gioia. Talvolta posso immergermi in Leopardi, come in un testo di Marguerite Yourcenar, o piuttosto Elémire Zola, un quadro di Matisse, la Crocifissione di Grünewald, così come un’altra opera d’arte. In questo periodo i quadri sono stati di compagnia, e soprattutto la letteratura. I grandi romanzi dell’Ottocento, in particolare Dostoevskij. Inoltre cerco di approfondire temi scientifici e geopolitici. Consiglio due libri, il “Tao della liberazione” di Boff e Hathaway e “Helgoland” di Rovelli.

8 // E a livello di comunicazione culturale, quanto è importante far arrivare un approccio che rassicuri, e assicuri?

L’arte può confortare ma non è il suo scopo. Può essere una promessa di felicità ma anche uno shock salutare, un taglio, uno squarcio. Genera serenità, attraverso l’esperienza dell’angoscia, della paura, del dolore, dello spaesamento. Anche un bel tramonto rasserena, o suscita ulteriore sgomento, come un tramonto di Courbet. All’angoscia segue la quiete. L’arte impegna, non è un’esperienza ludica, un intrattenimento, uno svago. Il lavoro di artisti come Jeff Koons, ad una prima impressione spiritoso, può rivelarsi inquietante una volta analizzato. É uno svago se lo stesso studio viene percepito come divertimento.

9 // Come ha risposto, e sta rispondendo, Firenze?

Non ha avuto modo di rispondere, specie rispetto ai musei. Tornati operativi è stato manifestato un grande bisogno di entrare all’interno delle istituzioni museali, che costituiscono dei presidi di sicurezza sanitaria rispetto a molti altri luoghi. Purtroppo, sono stati subito richiusi, dunque non posso esprimermi. Denoto un governo interessato più al consumismo, a soddisfare le esigenze di profitto, che all’arricchimento del patrimonio artistico.

10 // Quali sono le attività che prevede in vista di una prossima riapertura del Museo Novecento?

Abbiamo lavorato incessantemente in questi mesi di chiusura, approfittando per portare avanti alcuni progetti a cui teniamo molto. La rivista di studi storico artistici, che pubblicheremo il prossimo anno, una scuola per curatori in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, grandi mostre, come quella di Henry Moore, in memoria della retrospettiva al Forte di Belvedere del 1972, che sarà inaugurata il 15 gennaio, per poi passare al programma del 2021. Inoltre stiamo profondendo molta energia sulla comunicazione social.

11 // Dovesse immaginare la nostra città come fosse una persona, quali sarebbero pregi e limiti?

Il pregio di Firenze è la sua storia culturale unica, un patrimonio che ha consegnato al mondo, materializzato in edifici e opere d’arte. Una città che potrebbe avere un ruolo importantissimo nel cambiamento e nell’immaginazione del nuovo umanesimo, che vive drammaticamente di rendita di posizione. É un malato cronico. Uno strano ibrido, dal corpo bellissimo, se pensiamo alla cupola di Brunelleschi come cranio, è una testa formidabile, le sue basiliche sono gli arti straordinari, i polmoni, le opere dentro gli Uffizi, i muscoli, le sculture in Piazza Signoria. É un capolavoro soffocato dalle sue stesse catene, tenuto a generare profitto per tutti e da cui tutti succhiano le risorse. La grave malattia di Firenze è la rendita di posizione, non solo economica ma psicologica, culturale, ideologica.

12 // Ad oggi, trova Firenze una città adatta alla crescita e sviluppo di un artista contemporaneo emergente? Considerando anche realtà più estese e metropolitane.

Non c’è un artista di valore che non sia passato nel momento di formazione da Firenze, è inevitabile. Resta una tappa del Grand Tour iniziatico, che arriva a perfezionare l’educazione di un poeta o di un artista. Per trasformare questa esperienza di passaggio in qualcosa di radicato, una città laboratorio, di formazione e crescita del talento, ancora c’è molto da fare. Torniamo a parlare di rendita di posizione, quindi, il massimo sfruttamento dell’indotto generato dai musei. Una città che ancora una volta preferisce essere attrattore di turismo piuttosto che di bellezza e trampolino per la crescita di giovani talenti. Firenze è una vetrina non un laboratorio, consumata dal turismo e dalla moda.

13 // Lei ama l’arte, la musica e la cultura grazie alla vicinanza, durante il percorso di vita, di qualcuno in particolare?

Incontri e maestri. Iniziando da un libro su Leonardo da Vinci, comprato da mia madre quando avevo cinque anni, e molte altre persone che nel corso della mia gioventù hanno alimentato il desiderio di accrescere capacità cognitive e sensibilità attraverso l’arte. Da pratese ho studiato a lungo “Forma squadrata con taglio” di Henry Moore, un’opera fondamentale per la mia formazione. Ad oggi non posso vivere un giorno senza ascoltare musica classica, è una continua palestra concettuale, di sensibilità, così come l’arte, la filosofia, la formazione umanistica in ogni sua declinazione. Lo studio plasma la personalità, è il viatico necessario all’espressione del proprio amore per la cultura. Successivamente, circostanze e inclinazioni, portano ad approcciarsi alla scienza piuttosto che alla direzione di un museo, alla regia o al teatro. L’educazione umanistica è fondamentale.

14 //  Esaminando il momento storico, in quanto direttore di uno dei più importanti musei fiorentini, se dovesse organizzare una retrospettiva su un artista a sua scelta, chi sceglierebbe e perché?

Potrei dire Matisse, perché porta con sé una ventata di dolcezza, di passione, di profonda leggerezza. Un artista sul quale dovremmo lavorare molto è Paul Klee, che avvicina l’osservatore ad un rapporto così complesso e profondo, inedito tra uomo e natura, tra visibile e invisibile, così come Robert Morris. Penso a Goya, perché non possiamo mai dimenticare il dolore degli altri, la crudeltà dell’essere umano, gli orrori che è in grado di perpetuare nel nostro mondo e nel nostro pianeta. Ecco perché non dobbiamo mai troppo rassicurare.

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