di Federica Biasco

La prima volta è successo quando avevo circa otto anni. Mentre mi aggiravo tra gli angoli silenziosi della casa ho sorpreso mia nonna a lasciare un fazzoletto annodato su un ripiano del mobile in soggiorno.
Solo dopo parecchio tempo ho permesso che la curiosità prendesse il sopravvento sulla mia discrezione e le ho domandato il significato di quel gesto.
Per non dimenticare”.
Tre parole che per anni hanno continuato a circolare nella mia testa come sangue nelle vene.
A volte il nodo parlava di una visita, altre di una messa o di un appuntamento inderogabile.
Erano potenzialmente infinite le cose da ricordare, ma il fazzoletto compariva solo per quelle davvero importanti. Impegni certo, ma non solo.
In lei, ricordo e memoria erano facce della stessa medaglia: sebbene ne riconoscesse le sostanziali differenze, le riteneva complementari e il suo compito sembrava proprio quello di riuscire a coniugarle e farle coesistere nella sua persona.
Le storie che mi raccontava nei pigri pomeriggi di festa erano ricordi infarciti di assenze, sbavature di inchiostro che richiamavano al cuore la sua vita e quella delle persone che amava, ma che componevano capitoli che si innestavano in un libro più grande, scolpito nella memoria della Storia, quella con la S maiuscola che s’insegna a scuola ed è essenziale non dimenticare.
I tempi della guerra, le battaglie per i propri diritti, la migrazione, la speranza del ritorno.
Tutto legato a un’esigenza precisa, etica: l’importanza dell’atto di mantenere viva la memoria collettiva, il comun denominatore che lega il singolo alla comunità fornendo gli strumenti necessari per vivere il presente e costruire il futuro al meglio delle proprie possibilità.

Memoria e ricordi però sono estremamente fragili e un orecchio attento non tarda a coglierne l’essenza delicata ed evanescente.
La fragilità di quelle storie vibrava tra le parole e si insinuava subdola nelle incongruenze temporali, nelle inesattezze storiche, nei ricordi sbiaditi o corrotti dal tempo. Perché come spiega anche Primo Levi ne I sommersi e i salvati, “la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”.
Spesso, involontariamente e inconsciamente, rimaneggiamo le nostre memorie tratteggiandone nuovi contorni, eliminando o aggiungendo lineamenti, accordando la verità alla nostra soggettività, alle nostre speranze o alle pressioni esterne.
Bersi, ne I nostri ricordi di Pirandello ritorna dopo anni nel suo paese d’origine in Sicilia e vive lo spaesamento del ricordo inesatto e, a tratti, addirittura fallace. Niente di ciò che risiedeva nella malinconica aurea del ricordo trova corrispondenza con la vita che si ritrova davanti agli occhi. Benché immutato, il paesello gli appare completamente diverso, così come sente di essere diverso lui. Addirittura riscopre un amico d’infanzia di cui aveva completamente dimenticato l’esistenza e permette alle voci e alle storie degli altri di imporgli questa verità di cui non è per niente persuaso.
La letteratura, ma anche la scienza, ci spiegano, ognuna a modo proprio, la fragilità in cui inevitabilmente si incorre in quanto esseri umani che maneggiano qualcosa di estremamente delicato e importante.

La memoria collettiva non esula da queste insidie, anzi forse ne è ancora più soggetta data la sua importanza sociale.
Esemplificativo è 1984 di Orwell: nel mondo distopico delineato dall’autore ci viene raccontato, tra le tante cose, il lavoro certosino che si consuma negli uffici del Ministero della Verità. Gli impiegati correggono libri e articoli a posteriori e riscrivono la storia in modo da sostenere e incentivare l’appoggio popolare al regime e cancellare ogni traccia scomoda.
Se un’eventualità del genere un tempo poteva sembrare destinata a rimanere uno spauracchio letterario, adesso appare un pericolo possibile e non poi così lontano. La disinformazione semina il dubbio e coltiva scetticismo e diffidenza. Lascia increduli l’idea che oggigiórno ci siano davvero persone seriamente persuase che eventi storici terribili e atroci come l’Olocausto e le Foibe non siano mai accaduti. Nonostante le testimonianze, oggettive e non, le ricostruzioni storiche e gli studi dedicati.
Eppure è esattamente quello che succede, complice l’ignoranza, la disinformazione, il dilagare di fake news e la mancanza di approfondimento e confronto. In questa realtà brulicante di voci, facce, parole, dobbiamo ricordarci di coltivare il pensare storico, ossia riconoscere l’inadeguatezza e i limiti del nostro sguardo sul passato, accoglierlo, comprenderlo e sceglierlo come punto di partenza per studiare, capire e vivere tutti i tempi a nostra disposizione: presenti, passati o futuri che siano.

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