Perché i teatri, e specialmente gli spazi off che si occupano di arti performative, rassicurano una società che ne ha tanto bisogno.

La nostra è una società sempre più smarrita e insicura. Dove sentimenti di risentimento, a volte di vero e proprio odio, dilagano e inquinano la convivenza sociale. Paure alimentate ad hoc, spesso, o esito di politiche incapaci di comprendere il bisogno di rassicurazione che attanaglia gli esseri umani. Uno scenario piuttosto desolante, eppure dove non tutto è perduto.

Sono ancora molte le agenzie di socializzazione e produzione culturale che, a diverso titolo, cercano di fornire modelli alternativi, di far sentire voci fuori dal coro, di mostrare modelli di vita e di relazione positivi. A volte operano in uno scenario dove i mezzi e i sostegni sono assai scarsi, ma lo fanno comunque, giorno dopo giorno, con costanza adamantina.

Una di queste è il teatro, in particolare il teatro delle piccole produzioni, dell'indipendenza, quello che all'estero è chiamato teatro-off. Un teatro fatto di spazi, compagnie, artisti che portano  avanti un percorso culturale e sociale spesso in silenzio, lontano dal mainstream di una comunicazione urlata. Ma che ogni giorno lavorano per costruire spazi e momenti di sicurezza, oasi di protezione da una realtà minacciosa e intimorente.

Tutto ruota intorno ad una parola: utopia. Quel non luogo positivo di Tommaso Moro che, se vissuto ogni giorno con costanza e con passione, diventa concreto e si fa spazio da abitare e condividere. Lo diceva già, con rara efficacia, Curzio Maltese nel 2016 sulle colonne di “Il teatro e il mondo”:


“[…] è importante oggi ricordare che potrebbe anche andare molto meglio, ritrovare il sogno di un’utopia negata. E forse si potrebbe ricominciare proprio dal teatro, che rimane uno dei terreni d’espressione libera, meno controllata. Magari anche soltanto perché è meno importante e ricco della politica o del cinema o della televisione o dei social networks e dunque meno controllato dal potere. Tornare a teatro, almeno qui, a volere l’impossibile perché l’impossibile possa un giorno accadere anche altrove.

D'altra parte è su questi pilastri che si fonda l'arte performativa: sulla capacità di aggregare un pubblico di persone intorno alla creazione artistica, di produrre una socialità forte all'interno di uno spazio protetto e, almeno per la durata della rappresentazione, separato da un reale che rimane fuori dalla porta.

“Nei luoghi della fruizione dell’arte, la simulazione è liberata dai gravami che abbiamo quando siamo in situazioni “reali” (treno, metropolitana, strada) dove siamo potenziali coprotagonisti di ciò che accade. E un ulteriore fattore di amplificazione di questa simulazione liberata è il fatto che noi la condividiamo con altri che si abbandonano alla piena e incondizionata esperienza estetica: è un liberarsi dal mondo per ritrovarlo più pienamente.”

(Vittorio Gallese, Il teatro come metafora del mondo e il teatro nella mente, 2011)

È così che il “non luogo” diventa un luogo vero, vissuto, partecipato, condiviso. Spazio per una socialità che diventa alternativa positiva - e perciò rassicurante - alla realtà cui si tornerà dopo la scena cambiati e più  saldi.

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