Siamo nel 2013 quando il neologismo “binge watching” viene inserito nell’Oxford Dictionary. Il termine è stato coniato per definire il “guardare programmi televisivi per un periodo di tempo superiore al consueto”, e moltissime persone ormai ne possono confermare l’immediato effetto rassicurante e gratificante.

L’accesso immediato a tutte le puntate di una serie tv, gentilmente concesso dalle nuove piattaforme streaming, ci permette di ritagliare un po' di tempo della nostra giornata e di dedicarlo esclusivamente al divano, alla coperta e a noi stessi. E i pensieri in pausa. Come afferma il sociologo Francesco Pira, docente di comunicazione all’Università di Messina: «oggi, per dirla con Bauman, la tv è collegata al nostro “giardino perfetto”. Con un abbonamento a basso costo e un hashtag su Twitter si entra in microcosmi con analogie di interessi».

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Cosa ci ha fatto avvicinare così tanto alle serie tv?

Sicuramente ha influito il recente cambiamento nella realizzazione di una serie tv: non si tratta più di episodi sconnessi tra di loro, ma di veri e propri film suddivisi in più puntate, dove un’unica appassionante trama è diluita e distribuita in un arco di tempo più lungo. In questo modo otteniamo un’immersione emotiva maggiore, senza troppe distrazioni, e riusciamo ad affezionarci a luoghi che non abbiamo mai visitato di persona o a persone che in realtà non esistono.

In molti riescono a immedesimarsi in determinati aspetti di una serie tv e a capire i propri problemi. Lo conferma uno studio condotto dalla sociologa inglese Lesley Henderson che ha osservato che le serie tv che parlano di disturbi sociali aiutano gli spettatori ad accettare i propri disagi.

Questo ci porta ad analizzare un altro aspetto fondamentale della rapida diffusione di questo fenomeno: la qualità del prodotto offerto. Si parla di qualità non solo in termini di regia, sceneggiatura e cast, che in molti casi non hanno nulla da invidiare alla cinematografia, ma anche di trame e contenuti, che risultano sempre più educativi e attuali, imponendo, come afferma il divulgatore scientifico americano Steven Johnson in un suo libro (Tutto quello che ti fa male ti fa bene, Mondadori, 2016), il confronto con complessità nuove.

E dov’è il potere rassicurante in tutto questo?

Semplicemente il caro e vecchio “utile unito al dilettevole”. Che sia guardata tutta d’un fiato o con calma, non c’è niente di meglio che prendersi una pausa, lasciarsi alle spalle i problemi e riempire la nostra vita con qualcosa che ci faccia sentire più intelligenti o consapevoli di prima. Così che nessuno potrà mai dire che stavamo perdendo tempo. Cosi che i problemi ci sembreranno più leggeri.

Altre letture che potrebbero piacerti