L’innovazione sta rivoluzionando il modo attuale di fare moda, con l’introduzione di nuove tecnologie si sta allontanando dalla catena spaventosa di eventi che l’aveva resa protagonista di giganteschi problemi di sostenibilità.

Con l’inizio di un nuovo ventennio non solo una fetta di processo produttivo crede di trarre vantaggio dallo sviluppo delle AI ma sono soprattutto le menti creative a voler sfruttare questi algoritmi.

Secondo il Global Fashion Survey, di “Business of Fashion” in collaborazione con McKinsey, il 20% degli intervistati sostiene che l’uso dell’IA nel prevedere tendenze, rielaborare pattern e controllare il marketing sarà un processo fondamentale in futuro.

Ma se il vero dilemma fosse non solo confortarsi con l’intelligenza artificiale bensì trattenere un rapporto con l’intelligenza emotiva?

Le menti creative sembrano rassicurate da un potere insostituibile dal network neurale e così  continuano a cimentarsi in un’effimera corsa all’eccesso, pressati dalle insostenibili tempistiche del fashion system. Creano collezioni ben bilanciate, reinterpretano il DNA del brand, ripuliscono gli archivi da forme e colori restando concentrati sull’impacchettare il tutto nel più moderno degli stili.

A vedere oltre questo pazzo sforzo sono coloro che affidano la stessa creatività ad un labirinto di neuroni digitali, come il diciannovenne americano Robbie Barrat che sperimenta da anni con l’intelligenza artificiale e l’arte; rassicurato da un codice che può reinterpretare in pochi attimi un intero archivio di Balenciaga o cimentarsi nel riprodurre oniriche immagini di nudi.

Ma quando al bivio c’è la stessa creatività a dover scegliere, cosa ci rassicura?

Potrebbe banalizzare l’intervento umano? Quali saranno le sfumature? Un codice si ispirerà ad un altro codice? O renderà ancora più competitivo il lavoro del creativo? O meglio, ecco, ne sentiremo la necessità?

Il confronto crea una necessità di previsione straniante e diventa provocatorio sulle molteplici domande, il tutto condito da un nostalgico sentimento di aberrazione creativa.

Sarebbe ingiusto svelare tutto ciò che la mente riserva, anche in una frenetica ricerca di novità ci sentiremmo impreparati ed intrappolati in un mondo dell’ovvio. Potrebbe risultare anche tutto così esplicito e comprendibile da eliminare il gioco semiotico sul quale la moda fa leva da sempre ed eliminare la necessità di esprimerci indossando un capo.

Ciò che rassicura me? L’istinto. Un creativo poi in fondo si affida a quello, e come diceva Helena Anhava il suo compito è quello di precederci sempre di mezzo passo.

Rossella Natale

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