di Rossella Natale

Ti definisci una donna nera, fiorentina e di sinistra, che non ha mai smesso di impegnarsi per le cause che l’appassionano. Facciamo un passo indietro, ci racconti la tua infanzia?

Sono nata a Firenze nel 1969. Mio padre, Francis, era arrivato qui dalla Sierra Leone negli anni Sessanta perché aveva ottenuto una borsa di studio. Ci siamo poi spostati a Freetown, in Sierra Leone, dove ha lavorato come architetto mentre mia madre insegnava matematica. Io avevo appena tre anni e parlavo solo in italiano. Durante i primi giorni di scuola gli altri bambini ragionavano tra di loro in inglese e io rimanevo in silenzio, con lo sguardo rivolto su un punto fisso, aspettando solo che finisse quella interminabile giornata. Anche grazie ai metodi piuttosto sbrigativi dei miei insegnanti, imparai presto l’inglese e altre lingue locali. Nel 1987 mi sono trasferita a Liverpool, in un quartiere poverissimo abitato prevalentemente da neri. Era una zona ad alta tensione, dove perfino la polizia esitava a mettere piede. Qui ho lavorato come bibliotecaria in una piccola biblioteca che dava in lettura libri di autori neri. Facevo anche parte del Black History Workshop, un gruppo che raccoglieva le testimonianze dei primi scrittori caraibici e africani arrivati dalle ex-colonie britanniche e stabilitisi ormai da anni in Inghilterra.

E poi Firenze.

Nel 1989 sono tornata a Firenze per iscrivermi alla Scuola Superiore Interpreti e Traduttori. Mentre studiavo ho fatto la barista al mitico Sahara Desert, un luogo di elaborazione e aggregazione dove si organizzavano dibattiti interculturali e concerti di artisti internazionali. Ho poi lavorato al Cabiria, in Santo Spirito, un altro posto che mi è rimasto nel cuore. A Firenze ho fatto anche tanti altri lavori: ho collaborato con case di produzione discografiche, ho lavorato con il team di Quellidelpuccini diretto da Sergio Staino e sono stata correttrice di bozze e lettrice. Pochi anni dopo la nascita di mia figlia nel 2004, ho lasciato il bar per lavorare come impiegata in uno studio di architettura. Negli ultimi anni sono diventata una pellegrina, non religiosa, ma una pellegrina camminatrice: ho fatto per due volte la corsa del Passatore, 100 km in 20 ore, il percorso da Siviglia a Santiago e numerosi altri itinerari. Il mio impegno politico si è manifestato fra le altre cose, nella collaborazione con Oxfam, nella partecipazione al Social Forum, nel sostegno al referendum sull’acqua pubblica; ho manifestato contro il razzismo a Macerata e a Firenze; sono stata a Riace per sostenere Mimmo Lucano; mi reco spesso a Vicofaro da don Biancalani.

Che significato ha per te, o dovrebbe avere, la parola “integrazione”?

La parola integrazione dovrebbe significare non dover mai giustificare la tua presenza su un territorio. Avere pari  opportunità, indipendentemente dalla provenienza e dell’aspetto fisico.

Come ritieni che Firenze risponda in questa direzione, nelle dinamiche d’accoglienza e integrazione?

A livello istituzionale, in confronto ad altre realtà di città metropolitane, penso che Firenze e la Toscana, siano messe meglio di altre realtà italiane - i centri di accoglienza sono relativamente più piccoli e dunque favoriscono meglio l’inclusione, non ci sono centri di detenzione e rimpatrio sul territorio e per volontà della regione Toscana, sono state reperite delle risorse per fare fronte ai tagli che ci sono stati dal governo centrale, tagli che hanno avuto ricadute pesanti sugli ultimi - italiani e stranieri regolari senza residenza, i nuovi irregolari e chi già lo era prima Purtroppo a livello nazionale, la riforma dei sistemi di protezione, le strette sugli ingressi, le penali per i salvataggi,  i decreti sicurezza che hanno espulso da progetti di protezione migliaia di soggetti deboli, i tagli alla spese di accoglienza, si stanno ripercuotendo anche sulla Toscana

In quali circostanze hai avvertito, o magari continui ad avvertire, discriminazioni razziali?

Ogni giorno. L’infantilizzazione delle persone non bianche succede ovunque, ogni giorno. Dover dimostrare di essere “più brava” di altri per poter essere considerati allo stesso livello, é un’esperienza che ti accompagna sempre.

C’è un episodio di razzismo che vuoi raccontare?

Una volta una signora distinta mi ha dato della “negra di merda” davanti a mia figlia di 5 anni. Dopo 7 anni di cause in tribunale, è stata condannata a  mesi di reclusione e alle spese processuali.

Un pensiero su quanto successo a George Floyd.

Quel che è successo a Floyd e le proteste che sono scaturite in tutto il mondo, è una delle tante gocce che hanno fatto traboccare il vaso. La lotta non è solo contro l’abuso della polizia, ma contro il sistema che relega le persone non bianche all’ultimo gradino. Quella cultura che ci fa faticare il doppio, che non ci fa partire dalla stessa linea di partenza, quel vedere le persone nere come una minaccia, come un criminale, quella cosa che fa sì che anche qua in Italia si dà la possibilità di regolarizzare una percentuale delle persone presenti sul territorio, relegandole a scegliere fra fare il badante o la bracciante agricola. Spero che quel che è nato dal giorno delle proteste di I Can’t Breathe porti a una vera rivoluzione culturale qui in Italia e in tutto il mondo.

A cosa stai lavorando adesso e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento oltre al mio lavoro in uno studio di architettura, faccio la consigliera comunale e i miei progetti per il futuro sono quelli di riuscire a svolgere il mandato dando più voce possibile alle istanze di chi non ha voce.

Secondo te, in cosa differiscono queste proteste organizzate dal movimento Black Lives Matter comparate a quelle precedenti ( 1968 o 1992)? E perché ora e non prima?

Il 68, con le rivolte dopo la morte del reverendo Martin Luther King,  ha portato a delle leggi con una minore discriminazione razziale legale  - con la Civil Rights Act . Nel 1992, dopo il pestaggio di Rodney King e l’assoluzione dei poliziotti, la rivolta che ne è scaturita ha portato a una promessa di riqualificazione della città di Los Angeles, di un piano per dare lavoro anche a quelli che erano i più colpiti dalla discriminazione, quelli che come Rodney King avevano subito soprusi ma che non erano stati filmati e resi visibili a tutti… Poi abbiamo visto che le cose non sono cambiate. Può darsi che ora la misura sia colma e che questa volta  si riesca ad ascoltare, ad imparare, a smettere di sfruttare le persone socialmente più deboli e a costruire una società più equa anche qua in Italia

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